Impresa familiare


L’impresa familiare è disciplinata dall’art. 230 bis, C.C. che stabilisce :
«Salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato»
Le decisioni concernenti l'impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all'impresa stessa. I familiari partecipanti all'impresa che non hanno la piena capacità di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi.
Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo
Ai fini della disposizione di cui al 1° comma si intende come familiare il coniuge, i parenti entro il terzo grado gli affini entro il secondo; per  impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo
Il diritto di partecipazione di cui al primo comma è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore di familiari indicati nel comma precedente col consenso di tutti i partecipi. Esso può essere liquidato in danaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione del lavoro, ed altresì in caso di alienazione dell'azienda. Il pagamento può avvenire in più annualità, determinate, in difetto di accordo, dal giudice.
In caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell'azienda i partecipi di cui al primo comma hanno diritto di prelazione sull'azienda. Si applica, nei limiti in cui è compatibile, la disposizione dell'articolo 732.
Le comunioni tacite familiari nell'esercizio dell'agricoltura sono regolate dagli usi che non contrastino con le precedenti norme.

La legge 20 Maggio 2016 n. 76 ( detta legge Cirinnà )  ha introdotto  l’art. 230  ter che prevede l’estensione di tali diritti anche al convivente di fatto.
Le controversie nascenti in seno all’impresa in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo grado e, a partire dal 5 Giugno 2016,  il convivente di fatto, sono  soggette al rito del lavoro ed alle forme di mediazione tra lavoratore e datore di lavoro.
L’impresa familiare è solo quella strutturata in forma individuale, gli artt. 230 bis e 230 ter non si applicano all’impresa esercitata in forma societaria.
In quest’ultimo caso, l’apporto di lavoro del familiare di un socio ( di società di persone o capitali ) , è sottoposto alla normativa generale in materia di lavoro e, in ultima analisi, al rimedio dell’arricchimento senza causa previsto dall’art. 2041 cod. civ.

Diritto del lavoro

1 .
Impugnativa di licenziamenti individuali

Impugnativa di licenziamenti individuali

2 .
3 .
Impresa familiare

Ilfamiliare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa

4 .
Tutela generale dei diritti del lavoratore

Tutela generale dei diritti del lavoratore

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